Errata Corrige

Certe volte rileggo quello che scrivo solo pochi giorni prima e mi dico che qui la cosa più difficile è non diventare schizofrenica. Non si può andare su e giù in continuazione per tanti anni senza perdere l’equilibrio. Anche se sei lucida, anche se consapevolmente segui l’onda e sai che a volte si cade.

Perché è vero tutto, di quello che scrivo: quando mi piego a terra, quando urlo per alzarmi, quando sono felice nonostante tutto, quando mando affanculo questo cancro bastardo e quando rido in faccia alla morte.
Questa è la mia vita, e non mi sono mai detta Perché proprio io, non ho mai pianto perché Non è giusto, non ho mai voluto girare la testa dall’altra parte. Però adesso inizio ad essere stanca. A settembre saranno sette anni. I momenti, le immagini, il dolore, tutto si sovrappone in un continuum che non posso credere di avere attraversato. Forse perché è questo tempo ad avere attraversato me.

Oggi non dovrei lamentarmi mai, proprio mai. Essere felice per il solo fatto di essere ancora viva e di poter crescere mia figlia, di continuare a percorrere la strada con mio marito, di avere evitato per un soffio la tragedia di lasciare la mia famiglia, i miei amici, i miei amori, che sono tanti. Fortunata, perché la terapia che poi mi ha salvato la vita è stata scoperta un paio di mesi dopo la diagnosi, dopo il giorno del famoso “E’ il caso che inizi a parlare con sua figlia”.
Invece sono un’ingrata, mi sento precipitare ogni volta che sto male, non lo sopporto più. E mi viene un nervoso, ma un nervoso, al pensiero che questo mi toglie ogni volta un pezzetto di forza per combatterlo, sto maledetto melanoma. Che quando cado mi faccio sempre più male, ed è sempre più difficile reagire.
Settimane di controlli, di pazienza, paura e attesa; di limbo, sembrerebbe, ma il limbo non ha dentro tutti questi colori, non fa male, dovrebbe essere grigio e fermo, dovrebbe essere una pausa. Se solo potessi fermarmi.

Vasilij Kandinskij – Composizione VIII

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Si riparte

Ascolto “From the Beginning” che fa male come sempre, è troppo lungo adesso spiegare perché.
Stasera penso alla voce di Greg Lake, che se ne è andato da poco, portato via da un cancro, e a tutte le voci che significano qualcosa, che amavo, che amo. La voce rimane immobile e immutata nel tempo, e mi sembra il segno più doloroso di un’assenza. Ma non divaghiamo con pensieri tristi.

E insomma finalmente a casa, con qualche problema iniziale di spaesamento, nervosismo e tristezza: calo di adrenalina dicono alcuni, pò esse, io però dico che è solo tanto difficile organizzare una convalescenza complicata a due giorni da pasqua, con una bambina in vacanza, un marito con colpo della strega incorporato, una babysitter in ferie, uno stomaco smontato e dei punti in panza. Ma sono dettagli, ce l’abbiamo fatta anche stavolta.

Lo svezzamento 6-12 mesi è finito, è stato bellissimo vivere i giorni di festa tra pappine semiliquide e omogeneizzati mentre il mondo si strafogava di cioccolato, salumi, dolci e schifezze varie. Io ho fatto la mia parte acquistando un omogeneizzato di agnello per il giorno di pasqua e consumando della ricotta zuccherata (e annacquata, bleah), profumata con acqua ai fiori d’arancio, al posto della pastiera che non ho fatto.
Oh, nella vita bisogna essere creativi.

I controlli vanno alla grande, mi riprendo velocemente, forse più di quanto dovrei, ma non ho tempo da perdere e il mio corpo lo sa.
In tre settimane sono già passata alla dieta semi-solida (insomma, ho quasi due anni ormai!), l’emoglobina regge e mi hanno tolto i punti, sò una roccia. Anzi, lo ero, visto che insieme a tutte queste belle cose è tornata anche la mia solita terapia, sospesa per l’intervento, che tra poco mi farà sentire di nuovo una chiavica. E torneranno le tac e le risonanze e le pet e le analisi e le rotture di palle infinite che mi porto dietro sempre. Obbligatorio non pensarci. E allora mi butto sulle vacanze: progetto, cerco, incrocio, faccio conti, come se niente fosse. E niente sarà, deve essere un’estate normale questa volta, troppi anni a strappare i mesi di vacanza uno dopo l’altro come carta straccia.

E’ faticoso ricostruire tutto ogni volta daccapo, riordinare i pensieri e dirigerli verso un punto lontano che neanche vedo, riprendere i contatti con il mondo reale, che vive chissà dove, certo non vicino a certi miei giorni. Eppure bussa questo mondo, non molla mai, bussa attraverso la mia bambina che adesso non è più arrabbiata (ma mi fa tremare quando chiede promesse che non posso fare) e cerca, come me, un po’ di pace. Bussa quando G. corre avanti e indietro e su e giù con il lavoro e cerca, come me, un po’ di riposo. Bussa quando mia madre dice che aspetta solo di raggiungere mio padre e noi sorelle, che non abbiamo avuto nemmeno il tempo di piangerlo, ci sentiamo impotenti e tristi e incazzate, perché un po’ ci teniamo strette e un po’ abbiamo voglia di non vedere e sentire più niente. Ma bussa anche quando guardo un sorriso piccolo e stringo una mano grande. Quando respiro all’aria aperta in una piccola passeggiata nel verde e nel sole (cappello e protezione 100, sempre) o quando leggo le parole dei miei amici e sento mille mani che mi sostengono.
Bussa, ed è bene aprirgli sta benedetta porta, al mondo, e vivere come posso, meglio che posso. Anche se so che va e viene, che magari non durerà. Ma oggi si riparte, con calma, con quello che c’è, ed è tanto.

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I sogni son desideri

L’invocazione dell’altro giorno ha funzionato: il mio chirurgo alla fine è arrivato, con il mantello azzurro di ordinanza. Il fatto stesso che io debba sempre aspettare il suo verdetto, per qualsiasi scemenza, già mi innervosisce. Non per lui eh, che è una persona deliziosa e fin troppo disponibile, ma davvero qui c’è un sistema che porcavacca, tra carenze comunicative, medioevo gestionale e disorganizzazione, farebbe bestemmiare i santi.

Comunque. Abbiamo analizzato il Lego City montato e rismontato in sala operatoria. Abbiamo controllato i valori dei prelievi, dato per dato come i ragionieri a maggio. Abbiamo verificato le tappe del decorso (e qui secondo me ho sfiorato l’eccellenza). Bene, dopo lunga e faticosa trattativa siamo giunti al seguente accordo: tre giorni di emoglobina stabile + medicazione punti a posto + canalizzazione (ci siamo capiti no?) = casa.

Ieri e l’altro ieri emoglobina stabile, sono in attesa spasmodica di quella di oggi. Medicazione di stamattina a posto. Canalizzazione insomma, ma pare che, senza quasi mangiare, un passaggio solido non sia necessario (che post di merda, ahahahah!).

L’attesa di sta maledetta emoglobina, il fastidio di tutto, che arriva tutto insieme; e poi l’ansia del dettaglio che va storto all’ultimo momento, il miraggio della mia casa, di lenzuola lisce, di una doccia. Non ne posso più.

Ore 14,00: arriva, è stabile, l’uomo del monte dice SÌ!

Aspettare ancora alcuni documenti e poi viaaaaaaaaaa! Ci sentiamo da casa.  

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