Aufwiedersehen

L’uomo del monte (il luminare genio della robotica) ha detto sì.
Tra poco al via le giornate di approfondimenti, visite e analisi per la preospedalizzazione; verso metà marzo si va ad incominciare, operazione in data da definire.

Giornate frenetiche e stancanti. G. sempre fuori per lavoro, Martinadiolabenedica malata (tornata ieri per fortuna), io sempre con i mezzi, non ho ancora il permesso di guidare, cerco di fare tutto tra metro, bus, taxi e passaggi vari. Nel vialetto della metropolitana, tra un gruppo di cartacce e l’altro, sono apparse le pratoline, questo mi piace tanto.

M. è nervosa isterica pazza, stanca anche lei. Ho iniziato a dirle che forse dovrò operarmi di nuovo, la sua reazione iniziale e apparente è Quanto tempo starai via e Mi lasci i regalini anche stavolta?
Invece la rabbia cresce, per fortuna si manifesta ed esce fuori. E’ sempre più aggressiva con me, ogni volta che mi urla addosso frasi incoerenti e rabbiose so che sta soffiando via il dolore. Riesco a tenerle testa e a farla ragionare, non so come, forse solo perché so che è un bene. E anche perché ho un’alleata preziosa nella mia psicoamica, guida indispensabile che da anni mi accompagna in questo percorso così duro.
Ma poi i momenti buoni, solo nostri, di una dolcezza unica, mi fanno andare avanti e sorridere non è più uno sforzo. Basta non pensare ai vari SE per credere di essere davvero felici.

Aspettando che ricominci la giostra, io me la porto a Berlino a trovare papà, poi si torna tutti insieme. Giornate di carburante per tutti noi, per quello che verrà e per i nostri ricordi.
Speriamo di non svegliarci tardi, prevedo come al solito bagagli notturni e corse furibonde all’alba, ma ce la faremo anche stavolta.

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Come Wile Coyote

E insomma, pare che questo intervento per togliere la metastasi allo stomaco non si possa più rimandare. Dovrebbe essere risolutivo, almeno per chiudere il rubinetto aperto che sgocciola in continuazione alla Bergman, da fare venire un attacco isterico, il che nel mio caso porta a trasfusioni continue.
In questi giorni incontrerò un luminare di chirurgia robotica, con lui decideremo come cosa quando eccetera. Sono talmente stanca che non riesco nemmeno più ad essere incazzata. Affrontare anche questo, il numero venti per l’esattezza, mi sembra impossibile.

Sono stata due giorni a Milano, perché ci provo sempre, appena posso mi muovo, faccio cose con la mia famiglia, con mia figlia che vuole stare con me, cerco di riempire quei pochi giorni con cose belle, desiderate, con cose normali. Ma non ci riesco quasi mai. Saltano gli appuntamenti con amici, si rimandano gli impegni presi, si cambiano i programmi e tutto si riduce alla delusione di averci provato e di avere fallito di nuovo. Il dolore quando ti prende all’improvviso non guarda in faccia nessuno: sei in un posto, tranquilla, e un secondo dopo sei mezza morta che vorresti solo distenderti a letto e non doverti preoccupare di spaccarti i denti per lo sforzo di non spaventare tua figlia. E pensi Cazzo mai più, non faccio più niente, sto male, ho un cancro all’ultimo stadio, dovrei stare buona e curarmi, e basta.

Invece. Passa qualche giorno e sai che lo rifarai. Anche se sai che starai male di nuovo, se la paura ti toglie il respiro e ti fa tremare. Anche se ogni volta sei sempre più malconcia e delusa.
Pensi che devi continuare perché questa è la strada giusta e non importa il resto.
Perché solo muovendoti puoi combattere davvero. E anche perché, se stai ferma, Beep Beep non lo acchiappi mai.

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Le discese ardite

… e le risalite? Che fine hanno fatto? Mi sono veramente, ma veramente rotta i coglioni.
Eddai su, come se non bastasse tutto il resto, abbiamo di nuovo il problema dell’anemia. Della debolezza da non poter stare in piedi, del mal di testa (che terrorizzarmi per la lesione al cervello è un attimo), della nausea, delle trasfusioni, delle giornate intere passate in sala terapie a guardare se la goccia scende bene. Oggi copertina e ho dormito, così non vedo niente.

Crollo improvviso e vertiginoso di emoglobina, ferritina e sideremia, praticamente acqua al posto del sangue. Oggi due ospedali, domani un altro. Vita da pendolare, alla ricerca della soluzione migliore per neutralizzare questa maledetta metastasi allo stomaco che perde, come un rubinetto senza guarnizione.
Intervento sì o intervento no? Un “atto eroico” lo definisce la mia dottoressa, ma necessario. Un “guaio, soprattutto la convalescenza” dice la mia amica infermiera, evita finché puoi. Una “bellissima rottura di palle” mi conforta uno dei miei dottori preferiti. Insomma, grandi prospettive.

Dopo mesi (anni?) di fatica a lottare per ristabilire un equilibrio, sanare il corpo ferito, diluire le assenze e riprendermi la quotidianità, ricominciare ancora a menare duro è al di sopra delle mie possibilità, lo ammetto. Eppure se si dovrà fare si farà, e io non potrò che seguire il cammino di sto bastardo melanoma meglio che posso.

Altro che colla e oro, qui bisogna ritirare fuori i guantoni da boxe.

Ce li ho davvero, me li ha regalati G. quando, in un settembre del 2010, pensavo che non sarei arrivata a dicembre. Funzionano.

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